PPWR 2026: il packaging cambia. Il lusso passa dall’abbondanza all’eredità

Nuovi materiali eco-innovativi per accompagnare le aziende verso la conformità al PPWR

Materiali progettati per supportare le imprese nell’adeguamento alle nuove norme europee sugli imballaggi, riducendo i rischi di non conformità e aprendo nuove possibilità di differenziazione.

Dal 12 agosto 2026 il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi inizierà ad applicarsi in tutta l’Unione europea. Per le aziende non sarà soltanto un passaggio normativo: sarà l’occasione per ripensare il packaging, i materiali e il valore che ogni prodotto lascia dopo di sé.

Il numero 74 di COM.PACK, il bimestrale dedicato all’eco-packaging, racconta con particolare efficacia questo momento di transizione.

La rivista dedica ampio spazio al PPWR, il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, ma anche alle innovazioni presentate a Packaging Première: materiali naturali, superfici riconoscibili, soluzioni rigenerative e progetti capaci di trasformare la sostenibilità in esperienza.

Tra questi, a pagina 53, trova spazio anche MATER di Piantami®, presentata come “l’etichetta che cresce”.

L’accostamento tra normativa e innovazione non è casuale.

Le nuove regole indicano ciò che il packaging dovrà progressivamente ridurre, documentare e migliorare. I nuovi materiali mostrano invece ciò che il packaging può diventare.

PPWR 2026: che cosa cambia dal 12 agosto

Il Regolamento europeo 2025/40 sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio, conosciuto come PPWR, è entrato in vigore l’11 febbraio 2025 e troverà applicazione generale dal 12 agosto 2026.

Si tratta di una normativa che riguarda tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo, indipendentemente dal materiale utilizzato.

Il percorso introdotto dal PPWR coinvolgerà progressivamente diversi aspetti:

Non tutti gli obblighi scatteranno contemporaneamente. Numerosi criteri tecnici saranno definiti attraverso atti delegati, atti di esecuzione e scadenze successive.

Tuttavia, il messaggio per le aziende è già chiaro: il packaging dovrà essere conosciuto, progettato e documentato con maggiore precisione.

La Commissione europea dedica una sezione specifica al PPWR, utile per seguire gli aggiornamenti e le prossime tappe applicative.

Non una minaccia, ma un percorso da costruire

Per molte imprese il PPWR può apparire come un ulteriore livello di complessità: nuovi controlli, documentazione, prove tecniche, revisione dei materiali e possibili costi di adeguamento.

È una preoccupazione comprensibile.

Il cambiamento non deve però essere affrontato soltanto come un obbligo da subire. Può diventare un’occasione per analizzare ciò che oggi viene utilizzato, eliminare gli elementi superflui e concentrare gli investimenti su ciò che produce davvero valore.

Non è necessario riprogettare immediatamente ogni confezione.

Si può iniziare da una linea, da un’etichetta, da un collarino, da un astuccio o da un progetto pilota. Si può lavorare insieme a fornitori, stampatori, designer e trasformatori, verificando gradualmente prestazioni, lavorazioni e scenari di fine vita.

La transizione richiede tempo, ma soprattutto metodo.

La conformità sarà necessaria. La differenziazione resterà una scelta

Quando un requisito diventa obbligatorio, rispettarlo permette di continuare a operare sul mercato. Non consente, da solo, di distinguersi.

Nei prossimi anni molte aziende ridurranno pesi, volumi e componenti. Rivedranno colle, vernici, rivestimenti, etichette e materiali. Costruiranno dossier tecnici più completi e renderanno più trasparenti le proprie filiere.

Quando tutti avranno intrapreso lo stesso percorso, la domanda decisiva sarà un’altra:

come può un packaging continuare a essere riconoscibile, desiderabile e coerente con il valore del brand?

È qui che la ricerca sui materiali assume un ruolo strategico.

Non per aggiungere una dichiarazione ambientale alla confezione, ma per trasformare materia, forma, funzione e fine vita in parti dello stesso progetto.

Dal lusso dell’abbondanza al lusso dell’eredità

Per molto tempo il packaging luxury è stato associato all’abbondanza: più strati, più elementi, più effetti, più lavorazioni e più materia.

Il nuovo scenario normativo e culturale invita a cambiare prospettiva.

Ridurre non significa necessariamente impoverire.

Può significare eliminare ciò che non aggiunge valore e rendere più significativa ogni scelta rimasta.

Un packaging di alta gamma non deve essere prezioso perché contiene molta materia. Può esserlo perché il materiale scelto possiede un’origine, una texture autentica, una storia e una funzione capace di continuare oltre il primo utilizzo.

L’abbondanza si consuma. L’eredità rimane.

Nel vino, nella cosmetica, nella profumeria, nella moda e nell’hospitality, questa eredità può essere il racconto di un territorio, di una filiera o di un gesto che il consumatore è invitato a compiere.

È una nuova interpretazione del lusso: più misurata, più consapevole e più ricca di significato.

Quando la materia diventa linguaggio

L’approfondimento di COM.PACK dedicato ai nuovi materiali osserva un’evoluzione importante: le texture naturali non vengono più nascoste, ma valorizzate.

Fibre, variazioni cromatiche, superfici materiche e irregolarità possono diventare segni distintivi.

La materia non è più soltanto il supporto sul quale stampare un messaggio. Diventa essa stessa messaggio.

Per i brand premium questa trasformazione apre nuove possibilità.

Una superficie riconoscibile può comunicare autenticità e unicità senza ricorrere a un eccesso di elementi decorativi. Il materiale può trasmettere il valore del progetto ancora prima che il consumatore legga le parole stampate sulla confezione.

MATER: l’etichetta che continua il racconto del vino

È in questo contesto che COM.PACK presenta MATER di Piantami®, progetto selezionato nell’area Avant-Garde 2026 di Packaging Première e già premiato a Vinitaly.

MATER trasforma l’etichetta della bottiglia in una parte attiva del racconto.

È realizzata in Carta Piantami®, il materiale bioattivo contenente semi integrati nelle fibre. Dopo essere stata rimossa dalla bottiglia, può essere messa a contatto con la terra, annaffiata e accompagnata verso la germinazione.

La stampa del progetto utilizza inoltre pigmenti naturali ottenuti dal vino Aglianico, dalla barbabietola e dal cardamomo.

Il consumatore non riceve soltanto un messaggio sulla sostenibilità.

Riceve un gesto da compiere.

L’etichetta comunica il carattere del vino durante il suo primo utilizzo e, successivamente, può iniziare una nuova funzione. Non si limita a raccontare la natura: prova a ricostruire un contatto concreto con essa.

Il valore del progetto risiede proprio nella continuità.

Il territorio genera il prodotto, il prodotto genera il racconto e il packaging può lasciare una nuova forma di vita.

I nuovi materiali non sono scorciatoie normative

Scegliere un materiale innovativo non rende automaticamente conforme l’imballaggio finito.

Ogni progetto deve essere valutato considerando la sua intera composizione:

La conformità riguarda il packaging nella sua completezza, non una singola materia prima considerata isolatamente.

Per questo Piantami® non propone una soluzione universale da applicare indistintamente a ogni prodotto. Propone un materiale da studiare insieme a brand, agenzie, stampatori, cartotecniche ed etichettifici.

Le prove di stampa, piega, fustellatura, adesivizzazione e trasformazione sono parte integrante del percorso.

L’innovazione è realmente utile quando può essere verificata, industrializzata e comunicata con precisione.

Come prepararsi al cambiamento senza perdere identità

Le imprese possono iniziare il percorso attraverso alcuni passaggi concreti.

Mappare gli imballaggi esistenti

Conoscere materiali, componenti, pesi, rivestimenti e funzioni permette di individuare ciò che può essere semplificato.

Scegliere un progetto pilota

Un’etichetta, un collarino, una limited edition o un astuccio possono diventare il primo terreno di sperimentazione.

Coinvolgere la filiera fin dall’inizio

Brand, designer, stampatori, trasformatori e fornitori devono condividere gli stessi obiettivi tecnici e narrativi.

Verificare prima di comunicare

Le prestazioni del materiale e del packaging finito devono essere provate prima di costruire dichiarazioni ambientali.

Dare al consumatore istruzioni chiare

Una nuova funzione può essere compresa e utilizzata soltanto quando viene raccontata in modo semplice, corretto e credibile.

Il packaging che verrà

Il PPWR porterà nuove responsabilità, investimenti e necessità di aggiornamento. Può però diventare anche un acceleratore di innovazione.

Può aiutare le imprese a ridurre ciò che è inutile e a dare maggiore valore a ciò che rimane.

Il compito dei nuovi materiali non è complicare il packaging, ma renderlo più coerente con il prodotto, con il territorio e con il futuro che il brand desidera rappresentare.

Per le aziende di alta gamma, questa transizione può segnare il passaggio dall’abbondanza all’eredità.

Non aggiungere materia per apparire preziosi.

Scegliere una materia che abbia qualcosa da lasciare.

Piantami® affianca aziende, agenzie, stampatori e trasformatori nella valutazione di progetti in carta bioattiva: dalla scelta della grammatura alle prove di stampa, fino alla realizzazione del packaging.

Richiedi un confronto sul tuo progetto di packaging sostenibile.

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce una valutazione tecnica o legale sulla conformità dello specifico imballaggio.

Una shopping bag dura pochi minuti. Il materiale può raccontare un brand molto più a lungo

Una shopping bag dura pochi minuti. Il materiale può raccontare un brand molto più a lungo

Una shopping bag dura pochi minuti. Il materiale può raccontare un brand molto più a lungo

Una shopping bag può accompagnare un acquisto per pochi minuti.

Il tempo di uscire da un negozio.

Percorrere una strada.

Raggiungere un’automobile o tornare a casa.

Eppure, per realizzarla, sono stati scelti un materiale, una forma, un colore, una grafica, una finitura e un modo preciso di presentare il brand.

La sua funzione pratica può essere breve.

Il suo significato non deve esserlo.

Perché una shopping bag non è soltanto ciò che permette di trasportare un prodotto.

È il primo elemento che rende visibile un acquisto nello spazio pubblico.

Cammina insieme alla persona.

Entra nelle strade.

Viene osservata.

Racconta qualcosa del prodotto e dell’azienda che lo ha creato.

Ma cosa accade quando termina questa prima funzione?

Una funzione breve, una presenza molto più lunga

La shopping bag nasce per contenere e trasportare.

Una funzione semplice, concreta e spesso molto breve.

Il materiale utilizzato per realizzarla, però, può rimanere nell’ambiente molto più a lungo del gesto per il quale è stato prodotto.

È proprio in questa sproporzione che emerge una domanda.

Ha ancora senso progettare un materiale destinato a durare molto più della sua funzione senza immaginare cosa accadrà dopo?

La sostenibilità della shopping bag non può dipendere soltanto dalla sostituzione di un materiale con un altro.

Occorre ripensarne l’intero ciclo di vita.

Da dove proviene.

Come viene lavorata.

Quanto materiale utilizza.

Che cosa comunica.

E quale possibilità conserva dopo l’acquisto.

Una shopping bag non è soltanto un contenitore

Nel fashion, nel beauty e nel luxury, la shopping bag è parte dell’esperienza.

Non accompagna soltanto il prodotto.

Contribuisce a costruirne il valore percepito.

La consistenza della carta.

Il rumore che produce quando viene toccata.

La sensazione dei manici.

La qualità della stampa.

Il colore.

La struttura.

Ogni elemento comunica una scelta.

Per questo la shopping bag non dovrebbe essere considerata un supporto secondario.

È una delle forme più visibili del packaging di un brand.

Può esprimere cura, qualità e attenzione.

Ma può anche mostrare quanto il brand abbia realmente progettato ciò che accadrà dopo.

Il materiale comunica prima ancora della grafica

Siamo abituati a pensare che sia il logo a raccontare il brand.

In realtà il materiale inizia a comunicare prima ancora che il messaggio venga letto.

Una superficie naturale comunica qualcosa di diverso da una superficie perfettamente uniforme.

Una carta materica genera una sensazione diversa rispetto a un supporto plastificato.

Un materiale capace di trasformarsi racconta un’idea differente rispetto a un materiale progettato soltanto per essere utilizzato e scartato.

La scelta del materiale diventa quindi parte del linguaggio del brand.

Non è soltanto una decisione tecnica.

È una dichiarazione.

Racconta quale valore attribuiamo alle risorse.

Quale rapporto immaginiamo tra prodotto e ambiente.

E quanto siamo disposti a progettare oltre il momento della vendita.

Dal riuso alla trasformazione

Una shopping bag di qualità può essere riutilizzata.

Può contenere altri oggetti.

Può essere conservata.

Può accompagnare un nuovo acquisto.

Il riuso prolunga la sua funzione e rappresenta già un valore.

Anche le nuove regole europee sul packaging spingono verso la prevenzione dei rifiuti, il riuso, la riciclabilità e una progettazione più attenta all’intero ciclo di vita degli imballaggi.

Ma esiste anche un’altra possibilità.

Il materiale può essere progettato affinché, terminato il proprio utilizzo, non continui semplicemente a essere una shopping bag.

Può trasformarsi.

È questo il passaggio dalla seconda vita alla nuova vita.

La seconda vita mantiene l’oggetto nella stessa funzione o gli attribuisce un nuovo utilizzo.

La nuova vita permette al materiale di diventare qualcosa di diverso.

Quando l’intera shopping bag diventa bioattiva

La Carta Piantami® può essere utilizzata per realizzare l’intera shopping bag.

La shopping bag stessa può essere progettata in materiale bioattivo.

Durante la sua prima vita contiene il prodotto, accompagna l’acquisto e comunica il brand.

Successivamente può essere piantata e tornare alla terra.

I semi incorporati nel materiale possono germinare e generare nuova vegetazione.

La shopping bag non conclude quindi il proprio percorso quando il prodotto arriva a casa.

Può iniziare una funzione completamente nuova.

Prima protegge e comunica.

Poi si trasforma.

Progettare una shopping bag significa progettare ciò che accadrà dopo

Quando un brand sceglie un materiale bioattivo, non sta semplicemente sostituendo una carta con un’altra.

Sta modificando il significato dell’intero packaging.

La grafica può raccontare la trasformazione.

Le istruzioni possono invitare la persona a compiere un gesto.

La forma può rendere più semplice la fase successiva.

La shopping bag può così diventare una relazione tra il brand e chi l’ha ricevuta.

Non termina con la consegna del prodotto.

Continua nel momento in cui viene conservata, riutilizzata, spezzettata, piantata e curata.

Il packaging smette di essere soltanto ciò che resta dopo l’acquisto.

Diventa ciò che può ancora accadere.

Un gesto visibile nello spazio pubblico

Una shopping bag attraversa le città.

Viene portata per strada.

Entra nei luoghi di lavoro, nelle case e nei mezzi di trasporto.

Per pochi minuti diventa una delle forme più visibili della presenza di un brand.

Ma proprio per questo dovrebbe raccontare qualcosa di più di un logo.

Può raccontare un modo diverso di utilizzare la materia.

Può mostrare che il packaging è stato progettato non soltanto per apparire, ma anche per trasformarsi.

Può rendere visibile una scelta.

Il valore della shopping bag non dipende quindi soltanto dal tempo in cui viene utilizzata.

Dipende da ciò che riesce a comunicare durante quel tempo e da ciò che può diventare dopo.

Il racconto del brand può continuare

Una shopping bag dura pochi minuti.

Ma il materiale può continuare a vivere molto più a lungo.

Può essere ricordato.

Può essere riutilizzato.

Può tornare alla terra.

Può diventare una pianta.

E nel momento in cui si trasforma, continua a raccontare il brand che ha scelto di immaginarne il futuro.

Piantami® nasce da questa visione.

Non considerare la shopping bag come un contenitore destinato a terminare il proprio percorso dopo l’acquisto.

Ma come un packaging capace di accompagnare il prodotto e, successivamente, generare nuova vita.

Perché il valore di un materiale non si misura soltanto nel tempo in cui viene utilizzato.

Si misura anche in ciò che può continuare a generare.

Dalla carta al materiale bioattivo: cosa cambia per gli stampatori

Dalla carta al materiale bioattivo: cosa cambia per gli stampatori

Per molto tempo abbiamo chiesto alla carta di svolgere tre funzioni.

Contenere.

Proteggere.

Comunicare.

Una volta terminato questo compito, il suo percorso poteva proseguire attraverso il riciclo oppure concludersi nello smaltimento.

Oggi, però, i materiali stanno iniziando ad assumere funzioni nuove.

Non devono più limitarsi a ridurre il proprio impatto.

Possono essere progettati per continuare a generare valore anche dopo l’utilizzo.

È in questo passaggio che la carta smette di essere soltanto un supporto e diventa un materiale bioattivo per il packaging.

Un materiale capace di accompagnare il prodotto, essere stampato e trasformato e, conclusa la propria prima funzione, entrare in una nuova relazione con la terra.

Ma cosa cambia concretamente per chi deve progettarlo, stamparlo e trasformarlo?

Quando la carta smette di essere soltanto un supporto

La carta è sempre stata un mezzo.

Un supporto sul quale stampare un messaggio.

Una superficie capace di contenere informazioni, proteggere un prodotto o costruirne la presentazione.

La sua funzione è stata tradizionalmente legata al tempo di utilizzo del packaging.

Una volta aperta la confezione, staccato il cartellino o estratta la card, quel materiale aveva concluso il compito per il quale era stato progettato.

Un materiale bioattivo introduce una possibilità differente.

Non svolge soltanto una funzione passiva.

Contiene un elemento vivo ed è progettato affinché, dopo l’utilizzo, possa iniziare una nuova fase.

Nel caso della Carta Piantami®, questa nuova fase nasce dai semi incorporati nel materiale.

La carta comunica, protegge o accompagna il prodotto.

Poi può tornare alla terra e generare nuova vita.

Le esigenze del mercato

Una carta contenente semi viene spesso associata a partecipazioni, piccoli biglietti, gadget o produzioni artigianali.

Queste applicazioni hanno avuto il merito di far conoscere il concetto di carta piantabile.

Ma un materiale destinato al packaging deve rispondere a esigenze differenti.

Deve garantire continuità produttiva.

Deve poter essere realizzato in quantità adeguate.

Deve mantenere regolarità, stabilità e lavorabilità.

Deve poter essere stampato, trasformato e inserito nei processi produttivi di stampatori e cartotecniche.

La presenza dei semi, da sola, non rende quindi una carta adatta al packaging.

Occorre progettare il rapporto tra componente cellulosica, semi, grammatura, superficie, stabilità e prestazioni tecniche.

È qui che avviene il passaggio dalla carta con semi al materiale bioattivo brevettato.

Non basta che il supporto possa germogliare.

Deve svolgere in modo efficace anche la propria prima funzione.

La bioattività deve essere dimostrata, non soltanto raccontata

Definire un materiale “bioattivo” non può dipendere soltanto dalla presenza visibile dei semi o dalla capacità di germinare in condizioni controllate.

Se un supporto è progettato per tornare alla terra, è necessario verificare anche la compatibilità della sua composizione con il terreno.

La Carta Piantami® è stata sottoposta a test di laboratorio effettuati sui parametri previsti dal D.Lgs. 152/2006, con risultati positivi.

Le analisi hanno verificato il rispetto dei valori di riferimento applicabili, confermando la possibilità di piantare il materiale anche nei terreni agricoli.

Questo passaggio è essenziale.

Un materiale progettato per tornare alla terra non deve soltanto contenere semi vitali.

Deve poter dimostrare, attraverso analisi specifiche, che la propria composizione è compatibile con il terreno nel quale verrà piantato.

La bioattività, quindi, non è soltanto una promessa narrativa.

È una funzione sostenuta da verifiche di laboratorio.

A questo si aggiunge la certificazione FSC® della Carta Piantami®, che attesta l’impiego di fibre provenienti da fonti gestite responsabilmente e da una filiera controllata.

Per stampatori e cartotecniche, questo elemento è particolarmente importante perché consente di inserire il materiale all’interno di progetti nei quali origine delle fibre, tracciabilità e requisiti ambientali devono essere documentati in modo chiaro.

La bioattività non sostituisce quindi gli altri criteri di sostenibilità.

Li integra.

Piantami® unisce la presenza di semi vitali, la possibilità di tornare alla terra e una materia prima cellulosica proveniente da fonti certificate.

La funzione biologica deve incontrare la performance tecnica

Un packaging non viene scelto soltanto per ciò che rappresenta.

Viene scelto anche per ciò che riesce a fare.

Deve ricevere correttamente la stampa.

Deve avanzare in macchina.

Deve poter essere tagliato, cordonato, fustellato o trasformato.

Deve mantenere una qualità coerente con il prodotto che accompagna.

Per questo la bioattività non può essere separata dalla performance tecnica.

La Carta Piantami® è stata sottoposta a prove con differenti tecnologie, tra cui:

Può inoltre essere lavorata attraverso taglio, fustellatura, cordonatura, adesivizzazione e diverse tipologie di nobilitazione, da valutare in relazione alle caratteristiche del progetto.

La superficie conserva un carattere naturale e materico.

Una qualità che non deve essere nascosta, ma può diventare parte del linguaggio visivo e sensoriale del packaging.

Cosa cambia per gli stampatori

Per uno stampatore, lavorare con un materiale bioattivo significa innanzitutto superare l’idea che si tratti di un semplice supporto promozionale.

Il materiale deve essere trattato con la stessa attenzione riservata alle carte speciali.

Occorre valutare:

Non esiste una regolazione universale valida per tutte le macchine e per tutti i progetti.

La prova iniziale diventa quindi una fase naturale del processo.

Non serve soltanto a verificare la resa grafica.

Permette di comprendere come valorizzare il materiale preservando la presenza e la vitalità dei semi.

Per gli stampatori e le cartotecniche, il nuovo valore non consiste esclusivamente nella possibilità di proporre una carta diversa.

Consiste nella capacità di accompagnare i clienti verso una nuova funzione del packaging.

Lo stampatore non applica soltanto un’immagine sulla superficie.

Contribuisce a rendere industrialmente possibile il passaggio dalla carta al materiale bioattivo.

Dal packaging sostenibile al packaging capace di generare

Per anni il dibattito sulla sostenibilità del packaging si è concentrato soprattutto sulla riduzione.

Meno materiale.

Meno peso.

Meno spreco.

Più riciclo.

Sono direzioni necessarie.

Ma non rappresentano l’unica possibilità.

Un materiale può essere progettato non soltanto per produrre meno conseguenze negative, ma anche per assumere una nuova funzione.

Può accompagnare un prodotto.

Può comunicarne i valori.

Può essere stampato e trasformato.

E, dopo l’utilizzo, può tornare alla terra e generare nuova vita.

È questo il significato del materiale bioattivo per il packaging.

Non una carta alla quale è stato aggiunto un effetto speciale.

Non un gadget da utilizzare in una campagna isolata.

Ma un supporto progettato per vivere due momenti differenti.

Il primo appartiene al prodotto.

Il secondo appartiene alla relazione tra la persona e l’ambiente.

Piantami® nasce da questa visione.

Non vendere semplicemente carta.

Proporre un nuovo modo di far vivere il packaging dopo il prodotto.

Perché la vera innovazione non consiste soltanto nel migliorare ciò che un materiale è già in grado di fare.

Consiste nell’immaginare ciò che potrebbe diventare.

La moda sta dando una seconda vita ai capi. E il packaging?

seconda vita ai capi e il packaging?

Cartellino Piantami per Hamont&Blein

La moda sta dando una seconda vita ai capi. E il packaging?

Per molti anni la moda ci ha insegnato a desiderare il nuovo.

Una nuova collezione.
Una nuova stagione.
Un nuovo capo da aggiungere al guardaroba.

Oggi, però, qualcosa sta cambiando.

Sempre più persone e aziende stanno iniziando a chiedersi non soltanto come creare un prodotto, ma anche come prolungarne la vita dopo il primo utilizzo.

Riparare.

Rivendere.

Recuperare.

Trasformare.

Un capo non deve necessariamente terminare il proprio percorso quando chi lo ha acquistato smette di indossarlo.

Può passare a un’altra persona, essere reinterpretato oppure tornare sul mercato con una nuova identità.

La seconda vita non è più soltanto una scelta individuale.

È una delle direzioni centrali della transizione verso un’economia circolare per la moda, nella quale capi e materiali vengono mantenuti in uso e al loro massimo valore il più a lungo possibile.

Sta diventando parte del modo in cui la moda ripensa se stessa.

Quando la seconda vita entra nel progetto di un brand

Il tema della seconda vita dei capi non riguarda più soltanto il vintage o il mercato dell’usato.

Sta entrando nella progettazione delle collezioni e nelle strategie dei brand.

Un esempio significativo è Harmont & Blaine, che con il progetto RE-LOVED ha scelto di recuperare capi di collezioni precedenti e tessuti custoditi nei propri archivi.

Materiali che avrebbero potuto essere considerati superati vengono riscoperti, combinati e trasformati attraverso un nuovo intervento creativo.

Ciò che appartiene al passato non viene trattato come uno scarto.

Diventa una nuova materia di progetto.

Un pantalone può essere ricostruito.

Due capi possono diventare un nuovo modello.

Tessuti con storie diverse possono incontrarsi e dare forma a qualcosa che prima non esisteva.

In questa visione, la seconda vita non rappresenta una soluzione di ripiego.

Diventa un modo per riconoscere il valore già presente nei materiali, nella qualità e nella memoria di un capo.

Un capo può rinascere. Ma cosa accade al packaging?

La moda sta quindi imparando a non considerare conclusa la vita di un prodotto dopo il primo utilizzo.

Ma cosa accade agli elementi che lo accompagnano?

Il cartellino.

La shopping bag.

La card inserita nella confezione.

La fascia che avvolge il prodotto.

Molto spesso questi supporti esauriscono la propria funzione pochi minuti dopo l’acquisto.

Il capo entra in una nuova logica di durata.

Il packaging resta invece ancora legato a un percorso lineare:

viene prodotto, utilizzato e gettato.

Ed è proprio qui che emerge una contraddizione.

Se investiamo nella capacità di recuperare e trasformare un capo, possiamo continuare a pensare il materiale che lo racconta come qualcosa destinato a scomparire subito?

Dalla seconda vita del capo alla nuova vita del cartellino

Harmont & Blaine ha scelto di estendere questa riflessione anche ad alcuni degli elementi che accompagnano il prodotto, utilizzando cartellini realizzati in Carta Piantami®.

Il cartellino svolge inizialmente la propria funzione tradizionale di carta d'indentità: comunica il marchio, accompagna il capo, trasmette informazioni, contribuisce alla sua presentazione.

Ma il suo percorso non deve necessariamente concludersi quando viene staccato.

La Carta Piantami® contiene semi e può essere piantata nella terra.

Dopo aver raccontato il prodotto, il cartellino può quindi trasformarsi e generare una pianta.

Il capo viene recuperato e reinterpretato.

Il cartellino ritorna alla terra e assume una funzione completamente nuova.

Sono due percorsi differenti, ma nascono dalla stessa domanda:

che cosa può accadere dopo?

Seconda vita e nuova vita non sono la stessa cosa

Dare una seconda vita significa prolungare il valore di qualcosa che esiste già.

Un capo viene riparato, rivenduto, ricostruito o utilizzato nuovamente.

Nel caso della Carta bioattiva, il packaging non continua semplicemente a essere carta.

Può diventare una pianta.

Può generare fiori.

Può offrire nutrimento agli insetti impollinatori.

Può entrare in una relazione nuova con le persone e con l’ambiente.

Non si tratta quindi soltanto di prolungare la durata di un oggetto.

Si tratta di ripensarne il destino.

Il packaging può diventare parte della stessa visione

Un brand comunica i propri valori attraverso molti elementi.

Non soltanto attraverso il prodotto principale.

Anche la scelta dei materiali, il cartellino, la confezione e il modo in cui il prodotto arriva nelle mani del cliente partecipano alla costruzione della sua identità.

Per questo la seconda vita non dovrebbe riguardare soltanto il capo.

Può coinvolgere tutto ciò che costruisce l’esperienza del brand: il cartellino, la shopping bag, la confezione e i materiali di comunicazione.

È da questa visione che nasce il packaging sostenibile per i brand: non un semplice involucro, ma un materiale progettato per continuare a generare valore anche dopo l’utilizzo.

Un cartellino può essere progettato per germogliare.

Una shopping bag può essere immaginata per tornare alla terra.

Una card può continuare a comunicare anche dopo la vendita, trasformandosi in un gesto concreto.

Il packaging non diventa così soltanto meno impattante.

Diventa parte della storia che il brand ha scelto di raccontare.

La sostenibilità non termina con la scelta del prodotto

La vera innovazione non consiste sempre nel creare qualcosa di completamente nuovo.

A volte significa imparare a osservare ciò che esiste già e chiedersi quale altra possibilità possa contenere.

La moda sta iniziando a farlo con i capi, i tessuti e le collezioni del passato.

Ora può farlo anche con il packaging.

Perché un materiale non deve necessariamente esaurire il proprio valore dopo aver svolto la sua prima funzione.

Può continuare.

Può trasformarsi.

Può generare una nuova relazione.

Può rinascere.

Piantami® nasce da questa visione: non vendere semplicemente carta, ma proporre un nuovo modo di far vivere il packaging dopo il prodotto.

Se un capo può vivere due volte, anche ciò che lo accompagna può avere un futuro.